SIMULARE NON E’ COMPRENDEREil limite del pensiero artificiale

Ci sono parole che nascono due volte. Cibernetica, per esempio: fu proposta da André-Marie Ampère nella prima metà dell’Ottocento nella sua classificazione delle scienze per indicare l’arte di governare gli uomini, e non è un caso che dica “governare” perché il termine cybernetiké (techne) indicava proprio l’arte di tenere il timone di una nave e dirigerla; d’altronde anche la parola governo derivava dall’immagine del timone: dunque cibernetica e governo, all’origine, volevano dire la stessa cosa a partire dalla stessa metafora. Poi cibernetica rinacque. Fu il matematico Norbert Wiener a darle un nuovo significato poco più di un secolo dopo, ammettendo esplicitamente alcuni anni più tardi di non essere stato a conoscenza del conio di Ampère: intendeva con questo termine cogliere con un’unica nuova parola un nuovo modo di studiare l’organizzazione e la struttura degli organismi viventi, intesi sia come individui sia come sistemi di individui e, più in generale, di tutti i sistemi dove vi fosse scambio di informazioni tra le parti. La cibernetica, secondo Wiener, sostanzialmente combinava le conoscenze e i metodi dell’ingegneria, della biologia e della psicologia comportamentale tenendo come nozioni comuni e fondanti quelle di autoregolazione, di informazione e di calcolo automatico.
Il termine cybernetica, alla Wiener non alla Ampére, ebbe grandissima fortuna per tutta la seconda metà del Novecento. Il linguaggio, naturalmente, inteso sia nello studio della sua struttura sia nello studio dei sistemi di traduzione automatica, era uno dei centri di attenzione della cibernetica, complice il ricordo del glorioso successo di Alan Turing che, aiutandosi con una macchina elettromeccanica, la famosa Bombe, riuscì a decifrare Enigma, il codice segreto militare utilizzato dai nazisti nella Seconda guerra mondiale. L’idea dello studio cibernetico del linguaggio era che a partire da un corpus sufficientemente ricco di dati, l’analisi statistica fosse sufficiente per dedurre la struttura di qualsiasi lingua naturale. Il passo sperato fu però più lungo della gamba reale e in quegli anni la tecnologia non riuscì né a decifrare automaticamente la struttura di nessuna lingua umana né a costruire macchine adatte alla traduzione automatica. Il sapore di quella sconfitta è ancora molto vivo nelle parole di un grande logico, Jeoshua Bar-Hillel, che negli anni 70, testimone oculare del clima di baldanza che si era generato in una delle cattedrali della cibernetica, il MIT di Cambridge, disse: “C’era al laboratorio la convinzione generale e irresistibile che con le nuove conoscenze di cibernetica e con le recenti tecniche della teoria dell’informazione si era arrivati all’ultimo cunicolo verso una comprensione completa della complessità della comunicazione nell’animale e nella macchina”. L’uomo, si noti, è sparito: nella visione cibernetica degli organismi viventi, c’è posto soltanto per l’animale e la macchina; ciò che fa di noi esseri umani è svaporato nei circuiti di silicio o di tessuti organici.
Per uno strano scherzo del destino poi, di fatto, il contenuto di quel che sta dietro la parola cibernetica nacque una terza volta, sempre negli Stati Uniti, sempre nella costa orientale, sempre nella seconda metà del Novecento e forse proprio per prendere le distanze da essa. Prese una nuova sembianza e diventò intelligenza artificiale, termine coniato da John McCarthy e condiviso con un primo gruppo di fondatori. Tra di loro, Marvin Minsky che proprio al MIT fondò il laboratorio di Intelligenza Artificiale, famoso in tutto il mondo e punto di riferimento di tanti scienziati e di tutti i nerd del mondo. Ai più non sembra esserci differenza sostanziale tra cibernetica e intelligenza artificiale e certamente non c’è soluzione di continuità: il termine nuovo, che chiaramente ha avuto e ha un potere immenso di suggestione, soprattutto sul piano commerciale, è oggi ubiquitario e pare raccogliere l’attenzione di tantissimi livelli della società, da quello della formazione a quello dell’ingegneria e della sanità. Anche in questo caso sembra vigere la stessa prematura baldanza notata da Bar-Hillel, almeno se stiamo alle parole di Minsky che in quegli anni annunciò al mondo: “Entro una generazione il problema di creare un’intelligenza artificiale sarà sostanzialmente risolto”. Una baldanza che non corrispose alle aspettative.
Sempre in quegli anni, infatti, come spesso capita nella storia della scienza, accadde qualcosa di imprevisto che costrinse a rivedere tutto e ad abbandonare le sicurezze raggiunte. Accadde che l’applicazione di tecniche matematiche all’analisi della struttura delle grammatiche, in particolare della sintassi, permise di superare le descrizioni aneddotiche e incomplete che caratterizzavano questo campo di studi e permisero a Noam Chomsky di cogliere in modo unitario tre fatti apparentemente scorrelati: primo, che le lingue sono oggetti così complessi che non esisteva (né a tutt’oggi esiste) una descrizione completa dei fenomeni che le descrivono; secondo, che malgrado le differenze tra le lingue la loro struttura rimane fondamentalmente una variazione sullo stesso schema invariante, salvo ovviamente i suoni che sono associati ai significati in modo arbitrario; terzo, che i bambini apprendono le lingue in modo spontaneo, fondamentalmente senza istruzioni e commettendo solo alcuni degli errori che ci si aspetterebbe se andassero per tentativi ed errori, senza una guida precedente all’esperienza.
Fu Chomsky, più o meno negli stessi anni nei quali nasceva l’intelligenza artificiale e imperava la cibernetica, a ridurre la baldanza e riaprire i giochi: “Il fatto che tutti i bambini normali acquisicano delle grammatiche sostanzialmente comparabili, di grande complessità e con notevole rapidità suggerisce che gli esseri umani siano in qualche modo progettati in modo speciale […] con una capacità di natura misteriosa.”